Incontro di formazione del 6 febbraio con l’intervento di don Marco Ghiazza

L’ASSOCIAZIONISMO LAICALE E IL CONTRIBUTO DELL’AZIONE CATTOLICA
Traccia dell’intervento – Alba, 6 febbraio 2018
Il percorso sul laicato che state svolgendo come itinerario di formazione permanente è particolarmente opportuno per comprendere “il contributo dell’Azione Cattolica”, ovvero il servizio che oggi l’associazionismo laicale può offrire all’evangelizzazione.
Solo dentro un orizzonte comune di comprensione della Chiesa e della sua missione, infatti, può risultare significativo parlare dell’Azione Cattolica.
È importante, infatti, cercare (e trovare) anzitutto una convergenza circa alcune questioni attorno alle quali si gioca la vita della Chiesa di oggi.
Proverò dunque a muovermi a partire da questi snodi per comprendere in essi e grazie ad essi il ruolo, il compito e, dunque, il contributo dell’Azione Cattolica.
LA LAICITÀ
La questione è anzitutto spirituale, perché si tratta di (ri)dirci quale sia l’autentica vocazione dei laici. Perché è a partire da ciò che noi consideriamo essere la missione laicale che possiamo provare ad attuare dei percorsi formativi.
La formazione che proponiamo è lo specchio della vocazione e della missione che immaginiamo.
Ciascuno potrà fare la sua verifica in merito. Qui ci basti ricordare (…per assumere!) quanto il Concilio ha ampiamente descritto in Lumen Gentium (a partire dal n. 31) ed Apostolicam Actuositatem.
Possiamo riferirci anche a due immagini che don Primo Mazzolari utilizzò nel 1937 (!) e che conservano una certa attualità. Da esse la nostra questione viene rilanciata: cerchiamo una laicità che “getti il ponte sul mondo” o che faccia crescere “la cinta attorno al parroco”? Scrive don Primo: L’Azione Cattolica ha il compito preciso d’introdurre le voci del tempo nella compagine eterna della Chiesa e prepararne il processo d’incorporazione. Deve gettare il ponte sul mondo, ponendo fine a quell’isolamento che toglie alla Chiesa di agire sugli uomini del nostro tempo. Il parroco non deve rifiutare questa salutare esperienza che gli arriva a ondate portatagli da anime intelligenti e appassionate. Se no, finirà a chiudersi maggiormente in quell’immancabile corte di gente corta, che ingombra ogni parrocchia e fa cerchio intorno al parroco. I pareri di Perpetua son buoni quando il parroco è don Abbondio.
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Occorre salvare la parrocchia dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano allegramente intorno e che molti parroci, scambiandola per un argine, accettano riconoscenti.
La questione della laicità si collega strettamente ad altri due temi che sono ricorrenti nei nostri confronti: la corresponsabilità e la missionarietà.
La corresponsabilità… in che cosa? Tutti siamo responsabili dell’annuncio del Vangelo. Il Concilio (potremmo rileggere LG 33) domanda ai laici di esserlo soprattutto e anzitutto a favore degli ambienti di vita, mentre chiede ai ministri ordinati di avere una speciale cura nell’edificazione della comunità. Se l’edificazione della comunità diventa il fine tanto dei laici quanto dei preti (e spesso viene così intesa la corresponsabilità) noi ci troviamo di fronte ad un raddoppio, causa talvolta persino di una mal celata competizione. Se si comprende che, invece, la comune responsabilità è in ordine all’evangelizzazione, con ruoli e campi di azione (e dunque percorsi formativi) differenti, emergerà la varietà e la complementarietà delle vocazione come uno dei tratti della bellezza della Chiesa.
La missionarietà… a chi tocca? Non ne parliamo per una moda, legata a qualche slogan. Ne parliamo perché è un tratto identitario della Chiesa. Non un compito, ma il compito (come ha ricordato Papa Francesco il 27 aprile 2017). Missionarietà e laicità stanno, se abbiamo compreso la riflessione fino a questo punto, in una relazione stretta. La Chiesa è missionaria… ma dove? E, dunque, per mezzo di chi? C’è una soggettività laicale da (ri)scoprire e da valorizzare se davvero si vuole assumere la conversione missionaria auspicata per la Chiesa di questo tempo dall’Evangelii Gaudium.
LA POPOLARITÀ L’identità dei cristiani come popolo ci viene dalla Scrittura, a partire dalla vicenda di Israele. Il Concilio Vaticano II ce l’ha riproposta in modo articolato. Papa Francesco ce lo ricorda (possiamo pensare a EG 111 ss.). La coscienza di essere popolo, e Popolo di Dio, domanda di essere coltivata, presentata, sperimentata.
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Papa Francesco non descrive il nostro tempo come “semplicemente” segnato dall’individualismo. In EG, 2 si esprime nei termini di una “tristezza individualista”, ovvero presentando la conseguenza di un modello di vita legato all’autoaffermazione. L’individualismo minaccia e tenta ciascuno di noi: nelle nostre parrocchie ci troviamo a gestire tensioni che non di rado derivano da visioni ristrette e possessive dei vari servizi e ministeri. Noi preti ne diveniamo spesso schiavi, finendo per domandare al gregge di avere l’ “odore del pastore” e costringendo a vivere la dimensione diocesana – che è costitutiva della Chiesa – come una mera forma organizzativa o, peggio, come una sovrastruttura non del tutto necessaria. Ma l’individualismo genera tristezza. Sì: una Chiesa individualista (non aperta al mondo ma affannata dai suoi litigi interni), un clero individualista (dove ciascuno lavora non con gli altri ma nonostante gli altri) è, semplicemente, una Chiesa più triste.
La popolarità domanda di essere vissuta non solo in termini di accoglienza, ma di profondo ascolto ed attenzione, poiché, come afferma EG 119: Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza. Come parte del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio. La presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente, benché non dispongano degli strumenti adeguati per esprimerle con precisione.
La popolarità non si intende solo rispetto ai modi – pur importanti – per comunicare la fede. Domanda di essere vissuta proprio nella convinzione che il popolo non sia semplice destinatario dell’annuncio, ma capace di intuizioni autentiche ed originali. Occorre per certi versi domandarci, come preti, non solo: “Cosa insegnare al popolo?” ma pure: “Cosa mi insegna il popolo?”.
L’associazionismo laicale non vuole essere, in questo senso, una mera struttura organizzativa, ma un’esperienza; un modo per sperimentare il legame che caratterizza l’appartenenza al Popolo di Dio: legame tra generazioni, legame tra vocazioni e responsabilità differenti, legame in vista dell’evangelizzazione. La scelta associativa è vissuta: “in una familiarità che tende alla comunione e in un coinvolgimento che tende alla corresponsabilità”, come afferma il Progetto Formativo.
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LA SINODALITÀ
Quello della sinodalità è “il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio” ha dichiarato Papa Francesco il 17 ottobre 2015.
Essa è conseguenza della popolarità (se il Popolo ha qualcosa da dire, occorre creare le condizioni per un ascolto profondo di ogni battezzato).
Come per la laicità, anche qui il punto di partenza è di natura spirituale. È necessario infatti che ciascuno di noi si interroghi sul suo rapporto con il potere. La sinodalità non è una modalità organizzativa, ma uno stile che presuppone però il fatto che nessuno abbia ambizioni di dominio da soddisfare. E, lo sperimentiamo con amarezza, persino il servizio può diventare la maschera con la quale questa tentazione intacca il cuore e le intenzioni.
Possiamo poi aiutarci a non pensare alla sinodalità in termini di “moda ecclesiale” legata ai tempi, alle circostanze, all’autorevolezza di chi la auspica.
Potremmo chiederci se l’ascolto della parola dei laici rappresenti per noi una concessione oppure piuttosto una convinzione, che ha bisogno di poter contare su una competenza e su una dedizione che sono frutti di un articolato cammino formativo (di cui abbiamo già parlato a proposito della laicità).
Anche perché, possiamo dirlo per esperienza, la possibilità di partecipare ai processi è la condizione per l’accettazione degli esiti dei processi stessi.
La scelta democratica, secondo ciò che è descritto nel Progetto Formativo dell’AC, tende a “costruire un’esperienza che nasca dal contributo di tutti e si avvalga della partecipazione di ciascuno”. Possiamo dunque dire che la vita associativa è in grado di essere una “palestra di sinodalità”.
IL DISCERNIMENTO
Il Concilio Vaticano II ha riproposto la categoria di “segni dei tempi” (possiamo leggere ad esempio GS, 4 o pensare pure alle Encicliche “Pacem in terris” o “Ecclesiam suam”) che il Vangelo ci ha trasmesso.
È la vicenda biblica ad aiutarci a capire che Dio agisce nella storia e che dunque è possibile non solo annunciarne, ma scoprirne la presenza per ascoltarne la voce.
Un autentico discernimento presuppone una buona capacità di analisi della realtà. Chi, se non il laicato che abita gli ambienti, le situazioni, le tensioni di questa stessa realtà potrà aiutare tutta la Chiesa ad operare un discernimento incisivo?
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Sentiamo il bisogno di questa ricerca, di questa opera (per qualcuno è “arte”) del discernimento perché ci accorgiamo che tante volte ci fermiamo a confrontarci sui soggetti (“chi” deve fare) dando per scontato che i contenuti e le forme (“cosa” fare) possano restare immutate anche davanti al cambiamento non solo delle circostanze storiche ma anche dell’autocoscienza ecclesiale. Finiamo per “aggiungere” o per allungare la lista di ciò che risulta essere sempre più “urgente” per il nostro tempo. Non si tratta solo di ridistribuire i compiti, ma di verificare insieme ciò che risulta essere essenziale per evangelizzare oggi.
Il discernimento ci aiuta a chiederci e a capire cosa debba fare la Chiesa “qui ed oggi”. Senza nostalgie e senza fughe.
Perché il nostro tempo non sia vissuto con la tristezza di chi si sente privato di una condizione precedente che l’idealizzazione legge come ottimale e, dunque, da ricostruire.
La secolarizzazione è una minaccia o è la sfida a cercare un modo diverso di essere lievito, sale, luce?
Chi ci può aiutare a capirlo, se non chi al “secolo” appartiene più direttamente?
Il discernimento è antidoto alla nostalgia e alimenta la profezia della Chiesa.
Al tempo stesso, il discernimento ci aiuta a non inseguire la novità come un idolo.
La novità in senso tecnologico viene oggi estesa a tutte le categorie e le relazioni (nuovo=migliore). Anche la pastorale non è esente da questo approccio, così che finiamo di andare alla ricerca di qualcosa che, almeno in apparenza, risulti inedito e si presenti come davvero innovativo.
La novità della Scrittura si manifesta invece come una conoscenza più profonda, più autentica ed essenziale, del patrimonio di sempre. Così che il “nuovo” non va ricercato necessariamente “in avanti”, quanto forse, piuttosto, “in profondità”. Per questo il discernimento risulta particolarmente necessario.
In conclusione
– Una buona laicità favorisce la missionarietà della Chiesa e risponde alla vocazione di ciascuno.
– Essa conduce a prendere coscienza dell’essere Popolo di Dio, con un suo autentico sensus fidei.
– Questo apporto originale può essere valorizzato solo con uno stile sinceramente sinodale.
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– L’ascolto reciproco e la competenza di chi abita gli ambienti di vita possono rendere autentico e incisivo quel discernimento che aiuta la Chiesa a vivere la sua missione.
– L’Azione Cattolica si pone al servizio della formazione di questa laicità.
– La forma associativa che vive può aiutare a comprendere e sperimentare la bellezza della popolarità.
– La scelta democratica che la caratterizza può servire alla crescita della sinodalità di tutta la Chiesa.
– La competenza e la dedizione dei suoi membri si pongono al servizio della ricerca e dell’ascolto della voce di Dio e dei suoi appelli per la missione di oggi.
Ecco perché il laicato associato e, in esso, l’Azione Cattolica possono offrire un contributo quanto mai opportuno alla Chiesa, anche albese.
In termini matematici, potremmo dire che AC : Chiesa = Chiesa : Regno
Vorremmo avere cura di questa Associazione perché il suo servizio renda più bella la Chiesa, più capace di annunciare il Regno del suo Signore. Grazie.
don Marco Ghiazza